Eufon Acustica, apparecchi acustici a Ravanusa

udito 

Le conseguenze potrebbero andare oltre l’incapacità di percepire i suoni
I problemi d’udito fanno rimpicciolire il cervello. A svelarlo è uno studio condotto in collaborazione dai ricercatori della Johns Hopkins University e del National Institute on Aging, che hanno fatto chiarezza sull’argomento dimostrando che l’atrofia cerebrale è una conseguenza più che la causa della perdita delle capacità uditive.

Già in passato alcune ricerche avevano rilevato l’associazione tra i problemi d’udito e cambiamenti nella struttura del cervello. In particolare, era già noto che nelle persone che convivono con questo tipo di problematica le aree cerebrali coinvolte nell’elaborazione dei suoni tendono ad essere più piccole, ma nessuno aveva mai spiegato se queste alterazioni risalissero a prima o dopo la perdita dell’udito. Monitorando attraverso risonanze magnetiche la struttura del cervello di 126 individui per ben 10 anni gli autori di questo nuovo studio hanno scoperto che nei partecipanti che all’inizio della ricerca avevano già problemi d’udito la velocità di progressione dell’atrofia cerebrale era maggiore di quanto rilevato nelle persone che ci sentivano bene, tanto che i problemi di udito sono risultati associati alla perdita di un centimetro cubo di tessuto nervoso in più ogni anno.

In presenza di capacità uditive ridotte le alterazioni riguardano regioni specifiche del cervello, come il giro superiore, medio e inferiore, tutte aree coinvolte nell’elaborazione dei suoni e del linguaggio. Come ha spiegato Frank Lin, coautore dello studio, questi cambiamenti potrebbero essere la conseguenza della mancata stimolazione delle aree coinvolte nelle funzioni uditive. Tuttavia, ha precisato l’esperto, queste strutture non lavorano in modo isolato e per questo la perdita dell’udito potrebbe colpire il cervello sotto diversi punti di vista. Per questo motivo bisognerebbe dare importanza ai problemi d’udito sin dal loro esordio. “Se la perdita dell’udito contribuisce potenzialmente a queste differenze che abbiamo osservato con la risonanza magnetica – ha sottolineato Lin – bisogna trattarla prima che questi cambiamenti strutturali nel cervello abbiano luogo”.